Le parole chiave per capire i colleghi

Donna Moderna, 22 Luglio 2009 – Servizio di Cristina Sarto

AIUTO
Spesso basta poco: un consiglio su come risolvere un imprevisto, una parola di conforto o incoraggiamento quando tutto sembra andare per il verso sbagliato. E’ quando sai di poter contare su questi piccoli gesti da parte di chi lavora con te, che vai in ufficio con il sorriso sulle labbra. “Lo spirito di collaborazione è molto importante per cementare i rapporti tra i colleghi” conferma Annalisa De Filippo, psicologa. “E’ qualcosa che si costruisce con il tempo e che si basa sulla reciprocità: una volta si dà un aiuto, quella successiva lo si riceve. Con il tempo, questo atteggiamento fa la differenza perché, oltre ad aumentare le potenzialità del gruppo di lavoro, contribuisce a sentirsi bene inseriti nella vita dell’ufficio”. Spesso l’abitudine a darsi una mano è l’anticamera di amicizie che nascono in azienda e sconfinano nella vita privata. Si tratta di un errore? “No, perché se ci sono delle affinità personali è giusto coltivarle” dice l’esperta. “Ci può essere un’unica difficoltà: tenere separate le due dimensioni, professionale e personale. Specie se c’è un’incomprensione al di fuori dell’ufficio, si deve impedire che abbia ripercussioni sul lavoro”. Non è semplice, ma è un importante segno di professionalità.

CONFRONTO
Nei momenti di crisi, quando la tensione è alle stelle, può accadere che un semplice scambio di opinioni si trasformi in una discussione accesa. “Dopo, è bene lasciare passare qualche ora per far sbollire la rabbia. Solo cosi si può di nuovo affrontare la persona per assicurarsi che tutto sia chiarito” dice Annalisa De Filippo, psicologa. “L’ideale è parlarne in modo pacato, ma diretto, magari chiedendo il parere di un terzo collega: qualcuno che sappia dare un giudizio obiettivo e che, soprattutto, aiuti a spogliare la discussione da troppa emotività. C’è chi, invece, dopo un confronto dai toni un po’ accesi, finge che non sia successo nulla. In questo modo, però, c’è il rischio che anche un piccolo screzio rimanga nell’aria e, con il tempo, possa diventare il pretesto per uno scontro esplosivo”. Un contrasto irrisolto può provocare rancore e, sul lavoro, può spingere chi si ritiene offeso a creare difficoltà al collega. Pensaci. Che fare, in questi casi? “Se il dialogo non serve a far cessare le ostilità, bisogna adottare una strategia per non perdersi d’animo e conservare la propria autostima” conclude l’esperta. “Basta tenere a mente che non siamo noi a essere inadeguati, solo perché vittime di critiche continue, ma è la persona che ci attacca ad essere in errore, perché non è capace di liberarsi di un sentimento negativo”.

RIVALITA’
Da un giorno all’altro in ufficio il clima è cambiato: tutti si danno da fare e sono concentrati sul loro lavoro. Che cosa è successo? Semplice: si è liberata una posizione che fa gola a molti, te compresa. “In questi casi, le persone sentono il bisogno di riaffermare il loro valore e anche gli equilibri più consolidati possono saltare. Si perde un po’ di complicità e subentra la competizione” spiega Annalisa De Filippo, psicologa. “E’ inutile fare finta di niente, soprattutto tra persone che lavorano fianco a fianco e che, magari, puntano alla stessa promozione. Molto meglio mettere in chiaro che quell’obiettivo è condiviso, sapendo che, per un po’ il gioco di squadra lascerà spazio ad una corsa individuale”. Ma anche questa ha le sue regola. “Si può lottare per un’affermazione personale senza per questo intaccare il rapporto con gli altri” assicura l’esperta. “Tutto sta nell’impegnarsi al massimo, senza cedere alla tentazione di screditare i colleghi”. Sei convinta che la tua vicina di scrivania sia troppo lenta per aspirare a quel posto? Tienitelo per te e lavora sodo per rispettare le scadenze: i tuoi meriti verranno a galla.

STIMA
Poco importa se con la vicina di scrivania hai poco in comune, oltre al lavoro. Quello che conta è il suo contributo in ufficio. “Il presupposto per vivere in armonia con i colleghi non è l’affinità personale, che può esserci o meno, ma la stima reciproca a livello professionale” spiega Annalisa De Filippo, psicologa e autrice del libro Stress e resilienza. Vincere sul lavoro (Edizioni Psiconline, 10 euro). “Anche quando qualcuno risulta antipatico, non bisogna mai dimenticare che se occupa quella posizione significa che con le sue capacità può contribuire a raggiungere gli obiettivi dell’azienda”. E’ questo che deve spingerti a superare non solo le incompatibilità di carattere, ma anche le divergenze nel modo di lavorare. Saper mediare vuol dire arrivare a un compromesso che però, a volte è irraggiungibile. “In questo caso, bisogna considerare le differenze di opinioni come delle risorse, che possono anche aiutare a crescere. Anziché imporsi, allora, si può provare a dare credito al punto di vista dell’altro e non è detto che, alla fine, si rilevi sbagliato” conclude l’esperta. “Coltivare la diplomazia, oltretutto può essere d’aiuto anche in situazioni più delicate, come quando viene a mancare la stima nei confronti del capo. Se non è in grado di risolvere un problema, per esempio, possiamo proporgli le nostre soluzioni. Ma dobbiamo farlo con spirito collaborativo, senza mettere in discussione il suo ruolo: spingendolo sulla difensiva, infatti, rischiamo solo di trasformare la collaborazione in qualcosa di impossibile”.

TRASPARENZA
Con chi lavora con te non sei tenuta a essere un libro aperto: ci sono pagine che vanno rese pubbliche e altre che è meglio tenere segrete. Come regolarti? “In genere, è necessario condividere le informazioni che incidono sull’organizzazione del lavoro: quando si riceve una nuova mansione, per esempio, è giusto che i colleghi lo sappiano” spiega Annalisa De Filippo. psicologa. “E’ consigliabile seguire la stessa linea anche se si ottengono dei privilegi che, prima o poi, saranno sotto gli occhi di tutti, come una settimana di ferie non prevista o un part-time: è bene dirlo. Non c’è bisogno di spiegare le ragioni personali che hanno permesso di ottenere i benefici, ma parlarne in prima persona evita le gelosie”. Ricorda che, se sei sincera con i tuoi colleghi, è più facile che loro lo siano con te. Ma questo non deve farti sentire in colpa quando arriva il momento di tenere la bocca cucita. “Rivelare che si sta cercando un nuovo impiego, per esempio, rischia di aumentare un chiacchiericcio che può arrivare ai superiori” conclude Annalisa De Filippo. “Per non parlare delle reazioni che qualche collega potrebbe avere, se sapesse di un aumento di stipendio a cui, magari, lui ispira da tempo”.

OTTIMISMO
A una collega più giovane hai chiesto di concludere la relazione che hai lasciato a metà. Ci sta lavorando da poche ore e già sei assillata dal dubbio: avrò fatto bene a fidarmi di lei? “Quando si delega serve sempre una buona dose di ottimismo: se si dà un compito a qualcuno, bisogna farlo con la convinzione che lo porterà a termine nei migliori dei modi” consiglia Annalisa De Filippo, psicologa. “Chi è diffidente e non vede l’ora di controllare il lavoro svolto, sapendo già che ci rimetterà mano, spesso è una persona incapace di delegare. Soprattutto, non crede davvero nelle capacità altrui”. Ti riconosci? Attenta: questa tua insicurezza, oltre a essere inutile, è controproducente. “Chi abbiamo di fronte percepisce se ci fidiamo o meno. C’è poi un altro aspetto da tenere presente: quando si avverte diffidenza nei propri confronti diventa difficile dare il meglio di sé” dice la psicologa. “L’ideale è lasciare fare, senza mettere pressione. Se poi il risultato non è perfetto, è giusto fa notare gli errori, ma sottolineando i punti di forza”.

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